Zerocalcare – Strappare lungo i bordi: un piacevole déjà vu | Su Netflix

Dopo mini-trailer che hanno fatto sensazione, pubblicità alle fermate dei bus e un’attesa per un evento che in fondo è la coronazione definitiva di una carriera durata dieci anni, il 17 novembre Zerocalcare ha fatto il suo trionfale esordio su Netflix con la sua serie animata Strappare lungo i bordi.

Sei episodi da soli venti minuti l’uno, a colori, guardabili in una singola seduta (“quindi in un’ora e mezza ve la siete levata dar ca**o”, come ha detto lui), con l’autore factotum che ha scritto e diretto gli episodi e funge da doppiatore per tutti i personaggi. Tutti tranne l’ormai mitico Armadillo, personificazione animale della sua coscienza, che diversamente che nella trasposizione cinematografica (poco riuscita) del 2018 La profezia dell’armadillo, qui ha la voce inconfondibile di Valerio Mastandrea.

Prima volta con Netflix, terza volta con un medium diverso dal fumetto (c’era stato il film e le prove generali fatte a Propaganda Live con le strisce animate di Rebibbia Quarantine), prima volta di fronte a un pubblico potenzialmente sterminato che abbraccia tutto il mondo, e che potrebbe renderlo un fenomeno internazionale.

E come se l’è cavata il nostro Michele Rech, classe 1983, da dieci anni per tutti Zerocalcare, con questo doppio salto carpiato di qualità (o quantomeno di quantità)? Allo stesso tempo, bene e male.

Partiamo dai lati positivi: la transizione da fumetto a cartoon funziona benissimo, e il tratto inconfondibile dell’artista, così come il suo ritmo incline al logorroico a perdifiato, si riproducono con grande agilità anche sullo schermo, dove le immagini possono finalmente essere veloci quanto i testi.

La serie infatti comincia subito a tutta birra, senza grandi introduzioni dei personaggi, evidentemente rivolta al suo pubblico abituale che li conosce a memoria, e i suoi monologhi seguono quella stessa struttura fatta di continue digressioni e fantasticherie che lo hanno reso famoso.

In vari salti temporali tra presente, passato prossimo e remoto, si citano la chat di MSN, l’estate del G8 di Genova, i 17 anni, le tecniche di corteggiamento ambigue per evitare rischi di figuracce perché “amare le femmine è da froci”, e poi la “origin story” del suo fare le ripetizioni (che furono una costante dei suoi sketch iniziali), le parodie di Game of Thrones o Guerre stellari.

Il titolo fa invece riferimento all’idea della vita e dell’identità come una figura di carta da estrarre da un foglio, che se si mantiene la giusta disciplina e non si fanno mosse azzardate, si delineerà senza problemi fino a far emergere la nostra silhouette intera.

Il problema è che, l’esperienza insegna, così non è, e anche se si fanno tutti i tentativi per evitare strappi troppo violenti, poi le cose non vanno mai come previsto: quella riga tratteggiata di una vita che segue un percorso preciso (tra laurea, lavoro, famiglia…) comincia a sbandare, e come diceva Philip Roth, “poi all’improvviso eccomi sul binario sbagliato, diretto a tutta velocità verso le terre selvagge”.

Un po’ come aveva fatto il saggio Teoria della classe disagiata di Raffaele A. Ventura, Zerocalcare punta meritoriamente il dito contro il dramma di quella generazione che, pur avendo strappato attentamente lungo i bordi, pur avendo fatto tutto come si doveva, si è ritrovata delusa e depressa per i curricula spediti senza risultati, per i lavoretti stagionali umilianti, per la mancata indipendenza economica e l’incapacità di realizzarsi attraverso il proprio talento.

E qui cominciano anche i problemi di Zerocalcare, che del manifestare la sua difficoltà di fronte al presente, alla vita adulta, alle relazioni sociali, ai sogni infranti, ha ormai fatto un vero e proprio marchio di fabbrica. Ma se è indubbia la sincerità autobiografica nell’esprimere i propri disagi, quanto è lecito continuare imperterriti nel riproporre sempre gli stessi temi, le stesse paturnie, le stesse ansie, le stesse morali e metafore un po’ stiracchiate?

In questo caso, poi, l’indulgere su temi già sfruttati tocca anche punte di un certo cattivo gusto con un tema, quello del lutto, che conti alla mano torna costantemente nelle sue opere, da La profezia dell’armadillo a Dimentica il mio nome a Macerie prime. Se però Martin Scorsese ha dichiarato che il lavoro di un artista consiste nel “fare in modo che il pubblico si interessi delle tue ossessioni”, ci si chiede quanto non sia vagamente disonesto usare la morte come facile meccanismo drammaturgico, qui trattato con un cinismo un po’ eccessivo.

È solo l’esempio più stridente, ma in fondo lo si potrebbe dire per tante altre cose che magari i milioni di spettatori di Netflix non conoscono, ma che chi abbia letto le precedenti graphic novel sente ormai come un déjà vu: la figura apatica di Secco (incomprensibilmente preferita a quel personaggione che è l’Amico Cinghiale), il drammatizzare esageratamente eventi banali, il pudore nel non esplorare la sfera sessuale, la tendenza ad accollarsi un po’ egocentricamente colpe per i problemi altrui, la paura della propria influenza sugli altri.

Anche a livello formale c’è qualcosa che stona: la volgarità è piuttosto gratuita, come se un linguaggio più sobrio fosse un segno di imborghesimento, e qualche doppiatore per fare le altre voci lo si poteva trovare, visto che il monologare continuo di Zero che interpreta tutti i ruoli alla fine risulta straniante. Senza contare, poi, che proprio rispetto al fumetto la possibilità di sentire e non solo vedere i personaggi ci obbliga, come in qualsiasi adattamento cinematografico, a rinunciare al “nostro” Zerocalcare-personaggio per sovrapporlo allo Zerocalcare-fumettista, con la sua parlata biascicata e romanissima.

Insomma: i momenti divertenti non mancano, la transizione alla forma-cartoon è più che riuscita, le ansie e le sfuriate di sempre sono ancora lì anche in formato audiovisivo, ma dopo dieci anni forse è ora di staccarsi dai vecchi stilemi, e cercare una strada nuova (come già visto in esperimenti come Kobane Calling), magari altrettanto autobiografica ma meno risaputa. Sarà per la prossima stagione.

LEGGI ANCHE: Zerocalcare – Scheletri: Buio ai margini della città


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