Mi consigli un film? – Vol. 42

Consigli per tutti e anche qualche film decisamente sconsigliato, così da evitare rischi.

Se un film tra quelli recensiti vi incuriosisce, provate a dare un’occhiata all’app JustWatch per scoprire se sia disponibile su Netflix, Amazon Prime Video, RaiPlay, Infinity o altre piattaforme di streaming (non mi pagano per la pubblicità!).

E ricordate: Quentin Tarantino non ha mai visto Eyes Wide Shut, dunque nella vita siete ancora in tempo per tutto.

Di seguito le recensioni di: La notte del giudizio; The Square; Mean Girls; Foxy Brown; Matador (qui l’archivio con tutti gli altri volumi, e qui tutti i film in ordine alfabetico). Via al volume 42!


La notte del giudizio (The Purge)

James DeMonaco, 2013

Un po’ come I figli degli uomini di Alfonso Cuaròn, che con un colpo di genio immaginava un mondo senza più nascite, anche per La notte del giudizio è la premessa di base ad essere il pezzo forte del film: un’America in cui, per una sola notte all’anno, sia consentito ogni gesto di violenza, con la garanzia che la Legge non solo non interverrà sul momento, ma nemmeno punirà i colpevoli in seguito.

Non stupisce quindi che, pur non essendo un capolavoro, abbia generato innumerevoli sequel e una serie, visto che indubbiamente l’idea si presta a mille variazioni, e che nel momento in cui suona la sirena e la violenza è consentita, sale immediata la voglia di infilare la mano nel bustone di popcorn e godersi sadicamente lo spettacolo.

In questo primo episodio, i protagonisti sono Ethan Hawke e la sua famigliola: lui è un esperto di sistemi di sicurezza, che ha reso la sua casa a prova di effrazione in vista dello “Sfogo”: uomo tendenzialmente non violento e civile, si ritroverà come il Dustin Hoffman di Cane di paglia (1971) a dover imbracciare le armi per difendere moglie e figli da una gang di assalitori a metà tra la setta di Manson e Arancia meccanica.

Da buon film di fantascienza politico, come 2022: I sopravvissuti o Essi vivono, sono molto ben fatti i reportage televisivi che esaltano l’idea dello “Sfogo” come buona per l’economia e per la psicologia della gente, ed è centrata la critica alla famigliola americana armata, per la quale è normale sparare per difesa ma ci si scandalizza se si nomina la parola “pene” (non in senso giuridico).

Volendo trovarci anche qualcosa in più di un sano intrattenimento horror, è anche una riflessione sull’idea di dittatura e su come si finisca per adeguarsi a dettami senza pietà per una minoranza purché non ci riguardino in prima persona, e in questo senso non è un caso che la prima vittima sacrificale sia un afroamericano.

Poi certo, manca lo stile di un regista vero e in generale le marche del film d’autore, così come dei cattivi veramente carismatici, ma non gli si poteva chiedere troppo.

The Square

Ruben Östlund, 2017

Ma quanto sono contenti a Cannes quando assegnano la Palma d’Oro a un film inatteso, di quelli inclassificabili e nemmeno troppo giudicabili perché diversi da tutto il resto? È successo a Titane quest’anno, ed è successo anche a The Square, che – pur non contenendo scene splatter – nel 2017 si è aggiudicato l’ambito premio lasciando probabilmente molti spettatori più sbalorditi che appagati.

Si tratta di due ore e venti di film che, nel caso lo si voglia ricondurre ad un unico genere, si inscriverebbe nella commedia satirica, ma con un’atmosfera surreale e una comicità seria e anomala che scaturisce dalle piccole anomalie della quotidianità, dai leggeri scarti dalla norma. Il tutto, poi, con un’eleganza di stile e un’assenza di trama che sembrano vicini ai drammi senza sentimenti di Michael Haneke, alle atmosfere fredde di Paolo Sorrentino o alle fantasie inesplicate di David Lynch.

Il protagonista è Christian, cinquantenne in formissima con la faccia, la capigliatura curata e l’eleganza da James Bond dell’ottimo attore danese Claes Bang, qui impegnato ad interpretare il curatore di un famoso museo di Stoccolma. Christian è il classico rappresentante di quel mondo dell’arte contemporanea fatto di opere che solo i critici capiscono e che nemmeno i curatori sanno spiegare ai giornalisti, di marketing selvaggio per ottenere visibilità, di politicamente corretto, hipsteria, modernità ostentata e il dubbio che in fondo nemmeno loro ci credano davvero.

Quando a Christian viene rubato il cellulare, la ricerca del colpevole lo porterà a confronto col mondo reale, ma in realtà si tratta solo di uno dei tanti fili della non-trama, perché il film è una serie di scene fondamentalmente slegate in cui non si ha idea di dove si andrà a parare, anche se purtroppo a volte la sensazione è proprio che nell’imbarazzo della scelta non vadano a parare da nessuna parte, rimanendo nell’irrisolto.

Nonostante questo, nonostante una lentezza e una ripetitività che alla lunga stancano, e nonostante un finale deludente proprio per la sua assenza di spiegazioni dei tanti misteri, in fondo è piacevole farsi prendere in giro da The Square per almeno per due ragioni: da una parte la rappresentazione satirica perfetta, anche a livello di vestiario, atteggiamenti e fisionomie, del bel mondo radical chic dei frequentatori di musei; dall’altra, la capacità perturbante di creare mistero, illogicità e curiosità a partire da situazioni normalissime.

A esempio di entrambe, la scena straordinaria dell’uomo-scimmia che destabilizza una cena di gala: dieci minuti di fiato sospeso che sono probabilmente una tra le cose più capaci di generare tensione mai impresse su celluloide.

Mean Girls

Mark Waters, 2004

Ogni epoca ha i suoi eroi cinematografici per adolescenti, e Lindsey Lohan ha svolto benissimo il compito nei primi anni Duemila, quando ha infilato una serie di successi ben calibrati sulla sua figura di ragazza sveglia e simpatica prima di seguire l’esempio di Britney Spears in una carriera fatta di rehab a getto continuo e comparsate in Machete o The Canyons purché nuda.

Prima di diventare la fonte d’ispirazione per la Sarah Lynn di BoJack Horseman, però, la Lohan aveva meritatamente conquistato cuori e stima come attrice per il personaggio di Cady Heron, la protagonista di Mean Girls, che deve la sua (grande) fortuna come classico moderno a lei e all’autrice Tina Fey, storica colonna del Saturday Night Live.

Cady è una liceale piuttosto anomala, visto che ha trascorso la maggior parte della sua vita in remoti villaggi africani al seguito dei genitori zoologi, e quando si trasferisce in una classica cittadina americana deve anche imparare a perdere un po’ d’ingenuità e confrontarsi con le dure leggi della comunità adolescenziale.

Tra queste c’è lo scontro tra le varie fazioni di studenti, in particolare tra un gruppo di “diversi” e, dall’altro lato, il trio delle “Barbie”, ovvero le reginette della scuola tutte gossip, abiti firmati, acidità e menti non eccelse. Cady si ritroverà ad “infiltrarsi” tra le oche giulive, per poi rischiare di diventare davvero come loro a forza di frequentarle, e i risvolti saranno principalmente comico-sentimentali.

L’umorismo di classe di Tina Fey si nota (con tanto di comparsata dell’amica di sempre Amy Poheler), anche se a volte il film soffre un po’ degli eccessi stile SNL che virano un po’ troppo sul surreale; in generale, però, grazie alla scrittura e agli attori (menzione anche per l’antagonista Rachel McAdams), ne esce un film per ragazzi carino e originale che solo a volte si perde nell’edificante.

Foxy Brown

Jack Hill, 1974

Diciamolo: senza Quentin Tarantino, probabilmente oggi non staremmo a parlare di Foxy Brown, e si potrebbe dire lo stesso di Quel maledetto treno blindato (Enzo G. Castellari, 1978, titolo internazionale The Inglorious Bastards) o Zozza Mary, pazzo Gary (John Hough, 1974, ampiamente citato in Grindhouse – A prova di morte).

Si dà il caso però che Tarantino nel 1997, fresco dello straripante successo di Pulp Fiction, abbia richiamato in servizio dopo anni di anonimato la star di questo film, Pam Grier, e l’abbia scelta come protagonista di Jackie Brown (un omaggio anche nel titolo), gettando nuova luce sull’intero genere anni Settanta della blaxpoitation, film d’azione per un pubblico di afroamericani con eroi afroamericani molto incazzosi.

Qui la storia è quella della sensuale Foxy, il cui guardaroba offre capi da urlo, che si ritrova a vedere uccise diverse persone a lei care a causa di un’organizzazione malavitosa con a capo una viziosa sfruttatrice di donne. Nemmeno trenta secondi per piangere i propri cari, e Foxy senza troppe smancerie si infiltra nel giro facendosi giustizia da sé.

Il film è di una povertà rara, e a parte le forme e il carisma della Grier, la trama e le performance sono ridicole, ma è interessante trovarci un po’ tutto l’immaginario tarantiniano dentro: una tendenza sadica al maltrattamento delle donne, spesso a sfondo sessuale; l’idea della vendetta come motivo principale dell’azione (come in Rolling Thunder); dei titoli di testa esagerati tra balletti, colori e font psichedelici; toni spesso razzisti (o autoironici) nei confronti degli afroamericani, bilanciati dal loro ruolo di eroi senza bisogno dell’aiuto dei bianchi. Il problema è che, a parte le belle donne e l’iconografia più anni Settanta che mai, per un sacco di tempo non succede niente.

Matador

Pedro Almodóvar, 1986

Non si può certo dire che l’Almodóvar dei primi anni fosse un regista timido: se nel film precedente (Che cosa ho fatto io per meritare questo?!, già recensito su queste pagine) metteva in scena una famigliola in cui il figlio quattordicenne spacciava eroina, l’altro figlio andava a letto col padre di un compagno di scuola e la vicina di casa era una prostituta che invitava la protagonista a fare da spettatrice, anche questa volta mette subito le cose in chiaro.

Il film inizia infatti con un montaggio di film horror alternato all’immagine di un uomo che guarda e si masturba alle scene più cruente, e continua subito dopo con un amplesso comprensivo di omicidio con spillone alternato a un allenamento di matador.

Antonio Banderas, giovanissimo, è Angel, ragazzo inesperto e schiavo di una madre castrante col cilicio alla coscia, che si allena per diventare torero e un giorno tenta di violentare una donna per provare la sua eterosessualità; la donna in questione, a sua volta, fa giochi erotici col suo uomo in cui finge di essere morta, e c’è posto anche per un’avvocata non priva di perversioni e un ex matador patito di Duello al sole che pare il sosia di Jeremy Irons.

Insomma, una proverbiale gabbia di matti, inserita in una trama da giallo piuttosto hitchcockiana, che però visivamente si rivela molto meno spumeggiante di altri film del regista spagnolo, con una fotografia e una scenografia da tipico film europeo “povero” anni ‘80, più vicino al Nanni Moretti di Bianca che ai melodrammi in Technicolor anni Cinquanta.

L’ingorgo di maniaci offre sicuramente brividi notevoli in quanto a eros e thanatos, che è poi probabilmente il tema principale del film (“Tu ed io ci assomigliamo. Siamo ossessionati entrambi dalla morte”, “Tutti ne sono ossessionati”), ma se non si è fan di passoni eccessive, canzoni di Mina in spagnolo e dialoghi sopra le righe, il film non è una visione particolarmente interessante.

Come sempre, ogni stroncatura di capolavori immortali o apprezzamento di schifezze immonde è pubblicata in piena facoltà di intendere e di volere e non è sottoponibile ad azione penale da parte di cinefili offesi nell’animo.

Alla prossima puntata! (qui l’archivio con tutti gli altri volumi, e qui tutti i film in ordine alfabetico)

Una risposta a "Mi consigli un film? – Vol. 42"

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  1. The Square tra l’altro prodotto dal presidente della Roma 😅
    La saga della Notte del Giudizio mio guilty pleasure personale, soprattutto perché usciva sempre a luglio e lo andavo a vedere al cinema per sfruttare due ore di aria condizionata…

    Piace a 1 persona

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