The French Dispatch: Wes Anderson è diventato grande (anche troppo) | Recensione

Ah, la France! E in particolare, Ah, la France d’antan! Non è noto quale sia l’ingrediente segreto in grado di far sì che un’immagine o un filmato d’epoca catturati in Francia appaiano così ricchi di fascino, nostalgia, eleganza e calore da vecchia Europa, ma sicuramente Wes Anderson ne è un estimatore.

The French Dispatch of the Liberty, Kansas Evening Sun, d’ora in poi abbreviato in The French Dispatch, è l’ultimo film del regista e sceneggiatore texano, e ogni sua inquadratura sembra brillare di affetto per un Paese e un’epoca (tendenzialmente una vaga metà del Novecento) che probabilmente ai suoi occhi sono molto più affascinanti della cruda realtà odierna.

D’altronde, la predilezione di Anderson per tempi e/o luoghi lontani e color pastello non è certo una sorpresa: Moonrise Kingdom – Una fuga d’amore (2012) era ambientato su un’isola immaginaria nel 1965; L’isola dei cani nel Giappone del 2038; Grand Budapest Hotel (2014) ricostruiva una nevosa Mitteleuropa degli anni Trenta; Fantastic Mr. Fox (2009) raccontava di volpi antropomorfe nate dalla fantasia di Roald Dahl nel 1970; Il treno per il Darjeeling (2007) vedeva i tre protagonisti a bordo di un treno d’epoca nella lontana India; Le avventure acquatiche di Steve Zissou (2004) era ispirato ai documentari marini anni Cinquanta di Jacques Cousteau.

L’intero immaginario di Anderson è poi sempre stato rivestito da un gusto per il vintage, per il ricercato, per l’infantile e l’elegantemente demodé, che si tratti di riscoperte musicali anni Sessanta (i Kinks, Le temps de l’amour, Nico…) o di scenografie, costumi e inquadrature che sembrano uscite da un libro di illustrazioni per bambini.

Questa volta le atmosfere predilette sono quelle transalpine, e i rimandi più forti sono da una parte le colonne del settimanale The New Yorker, icona giornalistica dei fighetti di tutto il mondo, e dall’altra parte la Nouvelle Vague, e in particolare il suo enfant terrible Jean-Luc Godard, che in fondo viene solo citato più esplicitamente che in passato, visto che il suo gusto per il nonsense, l’impassibilità e lo stile frizzante sono parte da sempre dei riferimenti del buon Wes.

La storia è quella del periodico che dà il titolo al film, ovvero il molto ipotetico settimanale che un editore statunitense ricco e innamorato del giornalismo (Bill Murray, chi altri?) gestisce dalla remota (e immaginaria) cittadina francese di Ennui-sur-Blasé (!) come supplemento all’Evening Sun di un altrettanto remota cittadina del Kansas.

Una sorta di passione privata dell’editore, che dà lavoro a un gruppo di giornalisti talentuosi e decisamente pittoreschi, e come un buon magnate dà loro massima libertà creativa per una testata che sembra ricalcata pari pari sul New Yorker, nonostante con tipica assurdità andersoniana sia rivolta a lettori delle pianure del Kansas e non a intellettuali metropolitani con domicilio a Central Park West.

Il film è quindi una sorta di versione cinematografica di un numero, l’ultimo, della rivista, e dopo un prologo con la voce narrante di Anjelica “mamma Tenenbaum” Houston in cui ci viene presentata la redazione, il primo “articolo” è un ritratto della cittadina di Ennui da parte di uno dei giornalisti del French Dispatch, l’immancabile Owen Wilson.

Dopo questa introduzione, le storie principali che compongono il film sono tre: The Concrete Masterpiece, in cui la responsabile della sezione culturale J.K.L. Berensen (una cartoonesca Tilda Swinton) racconta di un pittore (Benicio Del Toro) diventato un fenomeno nel mondo dell’arte pur essendo rinchiuso in un carcere di massima sicurezza; Revisions to a Manifesto, della reporter Lucinda Krementz (un’impassibile Frances McDormand), che nel raccontare delle rivolte studentesche capeggiate da un giovane “figlio di Marx e della Coca Cola” chiamato Zeffirelli (Timothée Chalamet), finisce per invaghirsi di lui; e infine The Private Dining Room of the Police Commissioner di Roebuck Wright (un ottimo dandy Jeffrey Wright), che parte come un servizio di gastronomia e diventa una storia poliziesca quando il figlio di un commissario viene rapito e il cuoco dei gendarmi viene coinvolto nel suo recupero.

Basterebbero i pochissimi nomi citati per definire The French Dispatch un film dal cast solido, ma come è ormai abitudine, il regista texano può permettersi il capriccio di coinvolgere star del massimo calibro anche per poche battute, o sotto un trucco irriconoscibile, ed ecco quindi che qua e là spuntano fuori Adrien Brody come nevrotico mercante d’arte, una magnifica Léa Seydoux come secondina che fa da modella nuda al pittore-galeotto, Christoph Waltz in un ruolo di un minuto, Edward Norton, Saoirse Ronan, Willem Dafoe, Mathieu Amalric, la Elisabeth Moss di The Handmaid’s Tale, Liev Schreiber come conduttore di talk show in stile Dick Cavett, e perfino sua maestà Henry Winkler, ovvero Fonzie, in un ruolo pressoché muto.

Se però i nomi altisonanti e ricorrenti del cast, così come il gusto per la nostalgia e l’assurdo sono da molto tempo parte dei requisiti di un nuovo film di Wes Anderson, questa volta c’è qualcosa in più, e allo stesso tempo qualcosa in meno che in passato.

Verrebbe da dire che si tratta del primo film “da adulto” del regista, ma non bisogna certo aspettarsi drammi realistici o assenza di risate, tutt’altro: nell’impostazione a episodi così elaborata, nello stile che mescola colore e bianco e nero con disinvoltura, negli elegantissimi e strabilianti movimenti di macchina che lasciano a bocca aperta, così come in una tendenza a definire atmosfere più che storie ben delineate, sembra di vedere un autore più maturo.

Per contrasto, il paragone più efficace è probabilmente quello con Grand Budapest Hotel: se quel film era diventato un successo straordinario, coinvolgendo anche strati di pubblico non tipicamente associati alle tenere hipsterate da diario delle studentesse DAMS, era perché l’atmosfera nostalgico-favolistica, i personaggi da cartoon e gli inseguimenti in slittino potevano piacere un po’ a tutti.

Questa volta, no: è come se Anderson nell’omaggiare il New Yorker avesse anche scelto di rivolgersi a quel tipo di pubblico, e quindi di voler scientemente usare un linguaggio più letterario, di fare ammiccamenti più snob, di spezzare l’unità narrativa per realizzare un collage di stile più che una storia con dei personaggi da amare.

Non è un caso che i più attenti siano già in grado di rivedere nei giornalisti rappresentati sullo schermo dei personaggi realmente esistiti, da Bill Murray ispirato al co-fondatore del New Yorker Harold Ross, a Owen Wilson-Joseph Mitchell, a Frances McDormand-Mavis Gallant, che durante i moti del Sessantotto scrisse un reportage da Parigi, a Jeffrey Wright-James Baldwin. Tutti nomi che per Anderson evidentemente rimandano a tempi migliori in cui un giornalista poteva essere una star, un po’ come Tom Wolfe, Gay Talese o Hunter S. Thompson, e in cui la parola scritta era tenuta in maggiore considerazione rispetto alla prosaicità contemporanea.

Il film è anche più adulto riguardo allo stile: sembrerà un’esagerazione, ma Anderson con questo film appare come il regista più bravo, dotato, magniloquente e originale del mondo. Sequenze vertiginose, colpi di fantasia improbabili, scenografie al limite tra reale e virtuale, passaggio tra colore e bianco e nero, passaggio tra live action e cartoni animati in stile Tintin, cambi di formato dell’immagine, comparse rubate a Fellini, tableaux vivants con gli attori immobili nelle posizioni più assurde, film nel film nel film sotto forma di rappresentazioni teatrali.

The French Dispatch di Wes Anderson (2021)/Mio zio di Jacques Tati (1958)

The French Dispatch ci inganna nei primi minuti dandoci tutto quello che desidereremmo: la presentazione di una cittadina che, con voce narrate in stile Favoloso mondo di Amélie e colori ammalianti, è un concentrato di bella Francia di una volta, e cita esplicitamente Mio zio (1958) di Jacques Tati (vedi foto), e poi una affiatata redazione di amabili geniacci con cui vorremmo rimanere tutto il tempo.

Poi, però, i giornalisti rimangono laterali ed entriamo direttamente nelle loro storie, che innanzitutto sono principalmente in bianco e nero, il che fa perdere molto dell’atmosfera per cui Anderson è noto, e poi ci catapultano in episodi che purtroppo ci fanno sistematicamente chiedere “Quando arriva il prossimo?”, perdendosi in una ripetitività autoindulgente e piuttosto infantile dopo i primi minuti di interesse.

Nel volersi rifare al modello adulto per definizione di Godard, che probabilmente aveva un’aura da intellettuale saputello e blasé anche a dodici anni, Anderson lo copia nei pregi ma anche e soprattutto nei difetti, e lo si nota nel secondo episodio, che è praticamente una citazione continua de Il maschio e la femmina e La cinese. Ma se ci affascinano le giacche di Chalamet, i juke-box, la giovane rivoluzionaria di nome Juliette, le musiche riprese da Georges Delerue e Chantal Goya e lo stile che sprizza da ogni immagine, di quei film rimangono anche il senso di noia dopo pochi minuti e la generale sensazione di una superficie iconica che copra una sostanziale mancanza di storie emozionanti e concetti interessanti.

Vorremmo perderci in queste splendide immagini, vorremmo seguire questi personaggi assurdi, vorremmo continuare a ridere di gusto, ma a ogni capitolo vorremmo farlo perdendoci davvero nelle loro storie, lasciandoci emozionare sul serio e non solo per un breve istante prima di cominciare a guardare l’orologio perché il gioco è stato tirato troppo per le lunghe (un difetto che lo accomuna molto a Tarantino).

The French Dispatch è questo: il massimo dell’esaltazione che un cinema fatto di stile possa offrire, il massimo della ricerca in una scrittura che sia raffinatissima ed elegante, ma anche la sensazione che, come d’altronde per l’intero immaginario del New Yorker, spesso si possa parlare magnificamente per venti pagine anche del nulla. È un gioco che per un po’, in letteratura come nel cinema, stupisce e affascina, ma presto o tardi un lettore, e ancor di più uno spettatore cinematografico, rischia di scoprire il bluff e chiedere: “Sì, ma poi?”.

La massima che Bill Murray, deux ex machina del French Dispatch, ripete continuamente ai suoi dipendenti è: “Qualsiasi cosa tu scriva, fai in modo che sembri che tu l’abbia scritto apposta in quel modo”. E allora, volendo credere che il suo film sia uno sfoggio di talento fine a se stesso per scelta volontaria, facciamola passare liscia così anche a Wes, in attesa che diventi davvero grande, o che in alternativa torni del tutto bambino.


The French Dispatch di Wes Anderson sarà al cinema dall’11 novembre 2021

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