No Time to Die: Bond? James Bond?! | Recensione

Torna in servizio James Bond, e torna dopo una lunga attesa, visto che l’ultimo capitolo Spectre risaliva al lontano 2015, e che questo No Time to Die, venticinquesimo film della saga, sarebbe inizialmente dovuto uscire nell’aprile 2020. Poi, in un gioco di specchi tragicamente ironico, la realtà ha imitato l’arte e il Covid ne ha ritardato l’uscita fino ad oggi, con il risultato che la trama, per un caso assurdo incentrata su un virus letale, non sembri preveggente ma presa pari pari dalle cronache recenti.

Alla regia c’è Cary Fukunaga, di cui si ricorda l’iconica prima stagione di True Detective (e poco altro, a dire il vero), che prende il posto del veterano Sam Mendes, mentre a prestare il volto all’agente segreto al servizio di Sua Maestà c’è per l’ultima volta Daniel Craig, per il quale il posticipo dell’uscita dev’essere stato una bella beffa, considerando che già ai tempi di Spectre giurava di voler smettere.

Difficile oggi pensare che prima di Casino Royale (2006), e quindi fino al 2002 de La morte può attendere, il volto di Bond fosse ancora quello di Pierce Brosnan, considerando quanto in questi quindici anni Craig sia stato identificato con il personaggio, ma pur essendo ormai un Bond ben noto, in questo film 007 vede il completamento di una trasformazione caratteriale piuttosto forte.

Il Bond di No Time to Die è un po’ l’esatto opposto di Sean Connery o Roger Moore, e in generale del personaggio così come è entrato nel mito: il donnaiolo impenitente ha fatto posto a un sentimentalone che per tutto il film non si concede nemmeno un’avventura, rimanendo votato a una castità monastica alla Batman/Cavaliere oscuro, e scovargli un sorriso ironico sul volto durante il film è un’impresa ardua. Questo nonostante l’assunzione come co-sceneggiatrice della Phoebe Waller-Bridge di Fleabag, il cui apporto in quanto a linea comica è piuttosto deboluccio se non per un ridicolo scienziato russo che sembra la copia tarocca di Borat.

Per quanto riguarda il comparto cattivi, c’è un virus che minaccia l’umanità (che trama inverosimile…), nello specifico un virus intelligente che colpisce solo il DNA delle persone scelte da Rami Malek, il quale è piuttosto respingente ma non particolarmente carismatico nel ruolo di un Thanos formato ridotto.

Dall’altro lato, un Bond in pensione che com’è ovvio si vedrà costretto a tornare in servizio, una Léa Seydoux eternamente sofferente come amore della sua vita, il solito Ralph Fiennes come M, un giovane nerd gay nei panni di Q, una nuova 007 donna e nera che ha assunto il posto di James all’MI6 (è lecito dire che non sia particolarmente simpatica?), e perfino una bambina-palla al piede, che in un film di Bond è un delitto imperdonabile.

Figuriamoci, i Bond del passato erano principalmente intenti a fare i maschi bianchi dominanti tra un cocktail e l’altro, spesso contro cattivi da operetta e con dialoghi più votati alla battuta insopprimibile che alla serietà, ma per riequilibrare le cose con toni eccessivamente lugubri, e per castrare Bond senza pietà evitando qualsiasi strale #MeToo, No Time to Die fa decisamente più del dovuto.

Unica nota brillante, una Ana De Armas in versione agente della CIA cubana in reggicalze che pur comparendo per pochi minuti è il personaggio migliore del film, non solo per la capacità di far innamorare chiunque, ma anche per una spigliatezza autoironica che avremmo voluto vedere in altre Bond girl del passato.

Due ore e mezzo sono tante per (quasi) qualsiasi film, e in questo caso si fanno particolarmente sentire, visto che della trama si perde il filo dopo venti minuti, e le scene d’azione, che per i film di 007 dovrebbero alzare ogni volta l’asticella della spettacolarità al cinema, sono invece sorprendentemente banali, con l’eccezione di una grandissima sparatoria tra le vie di Matera.

Sarà per le musiche di Hans Zimmer, ma si ha spesso la sensazione di aver già visto tutto in Inception o Il cavaliere oscuro, con scene e atmosfere palesemente identiche, tra sacrifici per la patria, paesaggi bianchi di neve, commando di jeep in corsa e confronti in carcere stile Batman/Joker tra Bond e un suo arcinemico con l’ormai risaputa (e francamente fascistoide) rappresentazione di un “buono” che non disdegna la violenza a sangue freddo con un prigioniero.

Resta la capacità di toccare le corde della commozione mostrando il lato umano ed eroico di Bond, e un finale a suo modo memorabile che da questo punto di vista fa bene il suo dovere nell’esplicitarlo al massimo, ma è davvero ben poco considerando che, dopo avergli tolto l’ironia, le sigarette, lo charme, il nome in codice 007 e perfino la possibilità di un sano amplesso, dell’agente segreto che conoscevamo non è rimasto quasi nulla.

Una cosa è certa: il prossimo film dovrà ricominciare da capo, e farà bene a puntare sugli ingredienti giusti.

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